Fotografia della Federal Bureau of Investigation, New York, USA, 12 novembre 1990. Lo scatto è in realtà una foto segnaletica, fra le più importanti del periodo, poiché ritrae in un sorriso sornione e fiero John Joseph Gotti Jr., gangster italo-americano di caratura internazionale. Da lì a due anni arriverà la condanna per 9 omicidi, cospirazione all’omicidio, ricatto, intralcio alla giustizia, furto, gioco d’azzardo illegale, estorsione, evasione fiscale, usura e altri crimini ancora. Sedetevi comodi perché oggi vi racconteremo la vita di un personaggio non esattamente tranquillo e pacifico.

John Joseph Gotti Jr. nasce nel Bronx, quartiere malfamato di New York e noto soprattutto per gli alti livelli di criminalità il 27 ottobre del 1940. Già da piccolo si trasferirà con la famiglia in un altro distretto newyorkese, quello di Brooklyn, dove entrerà insieme ai due fratelli in una gang locale. La sua strada era già segnata, e lui la percorrerà con suo passo claudicante tipico sin da subito. Mentre rubava una betoniera da cemento ad appena 14 anni infatti, per errore, se la fece cadere sul piede, rimanendo zoppo per il resto della sua vita.
Aveva solo 14 anni e, due anni dopo, venne anche espulso dalla scuola superiore Franklin K. Lane High School. A 19 anni aveva sul groppone già 5 arresti; ah, il primo arrivò quando di anni ne aveva 10. Quando si dice “chi ben comincia è già a metà dell’opera”. Ma passiamo ora alle cose più serie, quelle che lo avvicineranno alla famigerata famiglia Gambino della quale diverrà boss nel 1985. Nei tardi anni ’60 un carico di 30.000$ sparì insieme al camion che lo trasportava vicino all’aeroporto di Idlewild. Poco tempo dopo Gotti fu incastrato dall’FBI e arrestato.

Uscito di prigione dopo appena due mesi, non fece in tempo a godersi la libertà. Poco tempo dopo tornò in cella, questa volta per 4 anni, per un furto di sigarette dal valore di mezzo milione di dollari. La famiglia Gambino non amava troppo avere i riflettori puntati addosso e così comandò a Gotti di trovarsi un lavoro onesto per far tacere un po’ le acque fin troppo agitate. Cosa fece John? Non una mossa saggia. Tornò alla sua vecchia banda al Bergin club e cominciò a trafficare droga, precisamente eroina.
Il traffico di sostanze stupefacenti non rientrava nel “codice deontologico” dei Gambino (e nemmeno in quello di molte famiglie mafiose italiane degli stessi anni, n.d.r.) e si arrivò allo scontro. Ciò lo portò a ben sei tentativi di omicidio contro il boss Paul Castellano, per gli amici mafiosi Big Pauly, che alla fine morì per colpi d’arma da fuoco davanti ad un ristorante di Manhattan. Gotti però non aveva ottenuto l’approvazione all’omicidio da parte della Commissione, una sorta di organo di giustizia della Mafia, ma riuscì a ottenere lo stesso il controllo della famiglia Gambino. Era all’apice, se così lo si vuole definire, della sua carriera criminale.

Nei restanti 5 anni che lo separavano dalla sua incarcerazione sventò numerose condanne e ottenne diverse assoluzioni. I media lo chiamarono “Teflon Don“, tutto gli scivolava addosso, soprattutto le condanne. Tutto almeno fino a quando a tradirlo non fu Sammy Gravano, il suo uomo di fiducia. Spaventato dalla possibilità che tutte le accuse che scivolavano dal suo boss potessero finire su di lui, Gravano consegnò praticamente John all’FBI. Il “Dapper Don“, nuovo soprannome affibbiatogli per i suoi modi ricercati di vestire, finì in carcere nel 1992, dove morì 10 anni dopo. Da astro nascente a stella claudicante per finire a stella cadente. John Gotti e il suo curriculum criminale nella New York della mafia italo-americana spiccarono, sebbene in negativo.