Fotografia di anonimo, San Juan, Porto Rico, 27-28 giugno 1976. Si tratta del secondo G7 della storia e di uno dei più controversi. In una situazione di gravi problemi economici strutturali, si discuteva di economia chiaramente, ma anche, e non secondariamente, di politica, soprattutto italiana. Fu in quel contesto che la nostra nazione ricevette una “minaccia” da parte delle superpotenze presenti, di cui si fece portavoce il cancelliere federale tedesco Helmut Schmidt.

In molti non volevano nemmeno che l’Italia partecipasse a quel vertice internazionale. A spingere in senso contrario furono il presidente americano Gerald Ford e il suo Segretario di Stato Henry Kissinger. Perché? La motivazione è molto semplice, ma deriva da una situazione politica complessa. Spieghiamo meglio questo binomio ossimorico: la vicenda riguarda in particola il Partito Comunista Italiano e il grande mutamento che affrontò in quegli anni.
A cominciare dai grandi sommovimenti sociali e politici del biennio ’68-’69, le istanze che premevano al PCI presero a mutare. La FIGC, espressione giovanile del partito comunista, perdeva sempre più membri, tanto che a qualcuno, come Nilde Jotti, sembrò essere la fine di questa struttura. Al contempo, dopo il terremoto politico delle elezioni amministrative del ’75, il PCI fu travolto dal processo di lottizzazione della RAI, dalla corruzione e concussione nelle giunte comunali di larghe intese con la DC e, infine, da una situazione economica difficile dovuta alle scellerate politiche economiche del governo di Centro-dx, Andreotti-Malagodi del 1972.

Ciò che è qui sopra in brevissimo riassunto è il terreno sul quale si innesta la peculiare situazione del comunismo italiano: declino del bracciantato e dei ceti operai (la nuova classe media si avvicinerà ora al PCI) e niente più riferimenti internazionali (non Mosca, non Pechino e non Cuba). Nonostante ciò, quello italiano restava il più grande partito comunista dell’Occidente e, con Moro e Berlinguer, rischiava anche di entrare al governo. A quel G7 Ford e Schmidt, a nome di tutti, cercarono di evitare proprio questo.
In una lettera del ’75 proprio di Gerald Ford, presidente USA, specificava le sue intenzioni. Le convergenze dei fatti e la particolare situazione italiana lo convinceva che la nazione, col suo rappresentante, doveva esserci. Quel rappresentante era proprio Aldo Moro e a lui Helmut Schmidt (in foto sotto) disse chiaramente di negare qualsiasi supporto, economico e politico, nel caso in cui il PCI fosse entrato nell’organico di governo. Ci tenne a specificare di non volere i comunisti “a 30 km da casa sua“, riferendosi chiaramente al confine nordico della Penisola.

Furono due giorni caldi quelli a Porto Rico, e non ci riferiamo alla calura dell’estate portoricana. Moro tornò in patria con un po’ di amaro in bocca e dovette allentare un po’ le sue pretese. Quello che succederà due anni dopo lo sanno tutti, e in quei giorni di G7 ne si avvertono probabilmente già i drammatici prodromi. Il PCI era scomodo, il governo non gli apparteneva e, da dentro la penisola e da fuori, in molti premevano in tal senso.