Fotografia di anonimo, giardino della casa di Luigi Pirandello, Roma, Italia, 8 agosto 1926. Nella placida villa di Sant’Agnese, al tempo saltuariamente abitata dall’autore Luigi Pirandello, andò in scena un celebre duello. Lo stesso coinvolse due uomini che di sicuro sapevano maneggiare – anche con un certo virtuosismo – la penna, ma anche in materia di spade dovevano cavarsela. Da una parte spiccava la figura di Massimo Bontempelli, saggista lariano, tra i più riconoscibili esponenti italiani del realismo magico. Dall’altra campeggiava Giuseppe Ungaretti, che di certo non ha bisogno di presentazioni. Il motivo del duello? Una frecciatina che il Bontempelli lanciò al poeta sulle pagine del quotidiano capitolino Il Tevere.

La fotografia di cui sopra racconta quel momento apparentemente anacronistico, cioè figlio illegittimo di un’epoca passata, in cui ci si schiaffeggiava col guanto per difendere l’onore precedentemente scalfito, o per guadagnare le attenzioni di una dama, come nelle più classiche delle narrazioni medievaleggianti. Invece no, era il 1926, l’Italia già nera s’addentrava ancor di più nella stringente morsa totalitaria e il senso di contemporaneità aleggiava sulle principali città dello Stivale, riaffermato ostinatamente da movimenti artistico-culturali noti ai più, vedasi il Futurismo.
Ciononostante, vi era ancora un po’ di spazio per i duelli all’arma bianca. Vietati per legge, eppure tollerati se condotti con una certa compostezza. In quell’estate Bontempelli accusava pubblicamente Ungaretti di diffamazione. Un fatto che non poteva e non doveva restare impunito. Così il saggista passò dalle parole all’azione. Recatosi nella terza saletta del Caffè Aragno (oggi un Apple Store…), storico ritrovo artistico della capitale, Bontempelli si posizionò di fronte un sorpreso Ungaretti e lo schiaffeggiò col proverbiale guanto. Sfida lanciata ed accettata seduta stante.

Quello stesso 8 agosto i due avrebbero impugnato le rispettive spade. A fare da sfondo la villetta di Pirandello, amante delle “vecchie maniere” ed entusiasta di prestarsi per l’occasione. Al singolar tenzone di dantesca memoria si presentarono giornalisti e fotografi, ed è per questo che si conservano resoconti dei primi e scatti realizzati dai secondi. Reciproco l’accordo: si optò per un duello “al primo sangue“. In un clima goliardico, la sfida cominciò e si concluse in poche ma decise sferzate. Vinse Bontempelli, che arrecò al precursore ermetista una ferita profonda tre centimetri sull’avambraccio destro.
Dopo le cure, vinto e vincitore si riconciliarono, più amici di prima. Posto il macigno sulla disputa, Bontempelli e Ungaretti coltivarono un’amicizia sincera, che non si sarebbe più disciolta, se non con la dipartita.

Rimangono le fotografie e gli editoriali sul duello dell’8 agosto ’26. Tipici ritratti sociali di un’altra Italia, in cui le idee, se lontane dalla nebulosa sfera politica, potevano essere difese impugnando mirabolanti spade. Un’altra Italia, appunto, dove si era abituati a desiderare la lotta per difendere una libertà, presunta o reale che fosse.