Storia Che Passione
Cagliostro, ingannatore d'Europa

Cagliostro, ingannatore d’Europa

Giuseppe Giovanni Battista Vincenzo Pietro Antonio Matteo Franco Balsamo, in arte Conte di Cagliostro. Eclettico manipolatore; furbo imbroglione; uno che in vita assunse tanti nomi quante personalità dalla biografia esotica, affascinante, mai messa in dubbio se non dall’Inquisizione e da chi, come lui, amava sedurre, tradire e fuorviare (Giacomo Casanova, giusto per dirne uno). Per buona parte del XVIII secolo l’Europa dei salotti e delle corti pese dalle sue labbra, quest’ultime pronuncianti formule esoteriche in grado di giovare sensibilmente a qualunque anima in pena. Avventuriero, alchimista, archiatra, occultista e massone, il Conte di Cagliostro fu questo e molto altro, sopra ogni cosa un ingannatore che con i suoi modi e le sue pseudo-conoscenze tenne sotto scacco l’alta società tardo settecentesca.

Cagliostro, ingannatore d'Europa

Vita rocambolesca, la sua, che iniziò a Palermo il 2 giugno 1743. Da buon figlio di mercante, il piccolo Giuseppe imparò a sfruttare precocemente i vantaggi dell’avere una “lunga lingua”. Vista la dipartita del padre e le limitate economie della madre, egli finì prima in un orfanotrofio poi in un convento a Caltagirone, dove avrebbe dovuto imparare un mestiere. E in effetti qualcosa apprese: l’arte delle erbe medicinali. Una conoscenza che in futuro gli sarebbe tornata molto, ma molto utile. Dopo il seminario tornò a Palermo. Ultima tappa “tranquilla” prima di divenire un giramondo, come egli stesso giunse a raccontare nelle sue memorie.

Per sua bocca, partito nel 1764 dalla capitale del Regno di Sicilia sotto dominazione spagnola, toccò le terre di Rodi, Il Cairo, Alessandria d’Egitto e Malta. Sull’isola del Mediterraneo centrale sarebbe entrato a far parte del Sovrano Militare Ordine di Malta. Dopo due anni di viaggio alla ricerca di se stesso, nel 1766 si stabilì a Roma, che divenne il centro orbitante delle sue malefatte. La carriera di imbonitore, già avviata a Palermo, subì un’evoluzione in termini di clientela e guadagni. Balsamo visse di falsificazioni, truccando diplomi e sigilli, e millantando titoli di fantasia. Uno in particolare lo gratificava, ovvero “Colonnello del Re di Prussia”. Ebbene il nostro presunto inviato speciale dalla lontana Prussia si sposò nell’Urbe con una donna che avrebbe influenzato e non poco la sua vita, tale Lorenza Feliciani, ai più nota come Serafina.

Cagliostro Giuseppe Balsamo

Finita la pacchia romana – perché sgamato dalle autorità grazie alla soffiata di un ex collaboratore – Giuseppe Balsamo ripiegò su Bergamo. In Lombardia l’attività di falsario dura veramente poco, poiché un nuovo intervento della gendarmeria lo costringe ad una seconda fuga. Questa li condurrà prima in Provenza, dove conosceranno Casanova – che definirà Balsamo «un genio fannullone che preferisce una vita di vagabondo a un’esistenza laboriosa» – e poi a Barcellona, nel 1769.

Con i proventi accumulati dalla prostituzione di Serafina, la coppia cercò in ogni modo di entrare nei circoli aristocratici delle città in cui facevano tappa. A Barcellona non andò bene, ma a Madrid e soprattutto a Lisbona ottennero qualche risultato. In Portogallo Serafina divenne l’amante di un ricco banchiere lusitano. Dalla tresca sia Balsamo che la sua amata ne guadagnarono tantissimo, soprattutto in termini economici. Il raggiro di personalità particolarmente dotate permise ai due di esplorare l’Europa quasi indisturbatamente. Spacciandosi una volta per taumaturgo, un’altra per nobile principe d’Oriente, un’altra volta ancora per inviato di un potente sovrano africano, attirò su di sé l’interesse di eminenti personaggi da Londra, Parigi, Venezia, in Belgio così come in Germania.

L’anno della svolta fu il 1776, quando iniziò il secondo soggiorno londinese. Fu allora che Giuseppe Balsamo, dopo essersi chiamato in mille modi diversi (Tischio, Harat, Fenix, Pellegrini, ecc.), scelse il nome con cui sarebbe passato alla storia: Alessandro, Conte di Cagliostro. Con questo titolo e con la presunzione di essere un senatore dell’Egitto, entrò in una loggia massonica minore di Soho. Da lì le informazioni sulle sue avventure esoteriche si rincorrono in un’assurda sequela di logge, espedienti e bugie. Pensate: arrivò fino in Lettonia facendo credere ad una schiera di uomini, presto suoi seguaci, di essere il Grande Maestro di una setta orientale, di avere poteri idromantici e di discendere da un angelo. Voi magari potreste non crederci, ma in quel tardo Settecento suddette affermazioni colpivano nel segno…

Cagliostro loggia massonica

Nell’est Europa emerse in tutto il suo splendore il lato alchemico del Conte di Cagliostro. A Varsavia fece la conoscenza del principe Adam Pininsky, il quale si convinse del fatto che Balsamo possedesse la pietra filosofale e che fosse pienamente in grado di tramutare il piombo in oro. August Moszynsky, altro massone esperto di alchimia, nel 1786 pubblicò un libretto in cui raccontò la sua esperienza di laboratorio con Cagliostro. Nel piccolo libricino il l’alchimista polacco disse come il confratello italiano altro non fosse che un cialtrone, capace solamente di sostituire con lestezza un barattolo pieno di piombo fuso con uno in oro, come si conviene ai migliori prestigiatori. Ancora, nell’Impero russo entrò nella corte di Caterina II la Grande, riuscendo per breve tempo a insinuare i pensieri del debole principe Paolo.

Cacciato anche dalla Russia, nel 1780 si stabilì con la moglie a Strasburgo. In Francia Cagliostro fece faville. Acquisì la fama di medico dai modi bizzarri, ma dalle indubbie e straordinarie abilità. La stampa parigina ne illustrò anche il “buon cuore” vista la sua tendenza a guarire gli indigenti, i più umili, gli ultimi della società. Cosa vera, per carità, ma sporadica e di poco conto se confrontata con tutte le cattiverie perpetrate in vita.

Cagliostro esoterismo, alchimia e occultismo

Le sue imprese strabiliarono il cardinale Louis René Édouard de Rohan. Non un uomo qualunque: ex ambasciatore di Luigi XVI a Vienna, influente porporato a Roma, arcivescovo di Strasburgo e (s)favorito alla corte di Versailles (aveva insultato la madre Maria Teresa d’Austria, madre di Maria Antonietta, regina di Francia). Il cardinale de Rohan per tre anni ripose completa fiducia nella persona di Cagliostro, fino a quando non lo investì “l’affaire du collier de la reine”, a noi noto come “scandalo della collana“.

Per farla breve, nell’estate del 1784 dei gioiellieri scoprirono una truffa che vide coinvolto de Rohan a sua insaputa e, più indirettamente, la regina. Praticamente due millantatori convinsero il cardinale della volontà espressa dalla regina Maria Antonietta di acquistare una costosissima collana di perle e diamanti. Il prelato, sperando di riottenere la fiducia dei reali, accettò di incaricare i truffatori come “intermediari di corte” presso i gioiellieri in possesso della collana. Secondo voi, cosa accadde al collier? Sì, i due malfattori si impossessarono del bottino e se la diedero a gambe fino a Londra, venendo tuttavia scoperti in Inghilterra. Cosa c’entra Cagliostro in tutto questo? I due truffatori pur di scamparla indicarono il Conte di Cagliostro come regista del piano diabolico.

Cagliostro tribunale Francia

Alla fine del processo de Rohan e Cagliostro si fecero meno di un anno nella Bastiglia, salvo essere graziati nel 1786 dal re. Ritrovata la libertà, per il Conte di Cagliostro che viveva di reputazione rimasero gli amari strascichi dell’infamante episodio. Cercò fortuna Oltremanica, vestendo i panni della vittima della tirannia assolutista e per questo richiedendo un rimborso. Scrisse una lettera di fuoco al popolo francese, profetizzando l’avvento della rivoluzione. Disse che sarebbe tornato in Francia solo quando il re avrebbe convocato gli Stati generali e la Bastiglia fosse divenuta un luogo pubblico. Non ebbe chissà quanto risalto e anzi, la terza esperienza inglese servì a mettere la pietra tombale sulla sua “carriera” da impostore.

Fuggì dall’Inghilterra inseguito da quanti lo credevano – non a torto – un disonesto da quattro soldi e, una volta passato dalla Svizzera, approdò di nuovo a Roma, dove tutto era iniziato. Era il maggio del 1789, due mesi dopo si verificò quanto auspicato da Cagliostro. In tanti non si fecero sfuggire la portata della profezia e il nome dell’avventuriero tornò improvvisamente in auge. La Chiesa – reazionaria e apertamente ostile agli ideali giacobini – si preoccupò di avere “in casa” un personaggio scomodo come Giuseppe Balsamo. Si attivò l’Inquisizione che nel giro di qualche mese pose sotto accusa il palermitano, lo scomunicò e infine lo condannò al silenzio perpetuo. Lui non poteva parlare con nessuno, nessuno poteva parlare con lui. Legge del contrappasso, eh.

Cagliostro rocca di San Leo

Rinchiuso nella rocca di San Leo, vicino Urbino, vi passò gli ultimi quattro anni della sua vita. Nel 1795 morì. Lo seppellirono senza cassa e senza lapide. Per alcuni si spense un genio, per altri un ciarlatano. Negli ultimi momenti della sua esistenza, entrò in una sorta di degenerazione psico-fisica, associabile ad una crisi mistica, in cui ora sosteneva di essere un profeta inviato da Dio, ora un servitore del demonio. In fin di vita, offuscato dal dolore e la malattia, raggirò le proprie emozioni, concludendo così come aveva iniziato, ingannando il mondo intero.