Almanacco del 25 marzo, anno 1906: su iniziativa popolare, a San Marino viene convocato l’arengo, l’assemblea dei capifamiglia, nel quale si decide per lo scioglimento del regime oligarchico, radicato nella Repubblica da secoli, nonché per una progressiva transizione democratica. Per il piccolo stato quello che comunemente viene chiamato “l’arengo del 1906” è un grande, grandissimo mutamento politico. Scendendo nel dettaglio, di cosa si trattò?

Nella tradizione sammarinese, l’arengo fu l’assemblea generale dei capifamiglia, che fino al XVII secolo aveva il potere decisionale sulle questioni di Stato. Tuttavia, nel corso del tempo, il potere fu progressivamente concentrato nelle mani del Consiglio Grande e Generale – nome odierno; all’epoca dei fatti di nostro interesse denominato “Consiglio principe e Sovrano della Repubblica” – espressione della cerchia oligarchica di San Marino. Siffatta struttura statale iniziò a dimostrarsi anacronistica tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
All’epoca la Repubblica di San Marino era tutto fuorché sviluppata. Un’economia arretrata improntata sull’agricoltura si accompagnava a tassi di crescita minimi. Industrie praticamente non esistevano e alle redini del potere si trovava una cerchia di aristocratici latifondisti dall’animo conservatore. Come avvenne nel resto del mondo, anche a San Marino iniziarono a farsi sentire le istanze sociali sulla tutela dei ceti bassi e sul coinvolgimento della cittadinanza alla vita politica. Si parlava di riforma, cambiamento, in poche parole di stare al passo con i tempi per non soccombere nell’oscurantismo socio-politico.

Portavoce di tali richieste una platea popolare progressivamente più grande. Di questa facevano parte i giovani intellettuali, l’associazionismo operaio che in prima linea vedeva la Società di Mutuo Soccorso, ma anche il Partito Socialista Sammarinese, che per la cronaca era il primo partito della Repubblica (fondato nel 1892). Benché determinati a perseguire i loro obiettivi, i riformisti presto si spaccarono in due:
- Si distinse un’anima più radicale, richiedente il suffragio universale e una revisione totale del sistema tributario.
- E un’anima più moderata, favorevole ad un generico cambiamento, ma per vie “concilianti”, senza disgregare l’ordinamento costituzionale.
Le divergenze in seno all’opposizione permisero all’oligarchia di rimanere al potere ancora per un po’, almeno fino ai risvolti del primo Novecento. Suddette fratture si rinsaldarono nel 1903, quando radicali e moderati si unirono nell’Associazione democratica sammarinese. Questa fece pressione sul Consiglio per riabilitare l’arengo (mai abolito, ammesso dalla costituzione, ma da secoli divenuto un organo puramente simbolico; come gli Stati generali per il re di Francia in pieno Antico Regime).

Il Consiglio si mise di traverso e per circa due anni rifiutò di scendere a compromessi con l’ala riformista, divenuta espressione politica della maggioranza del popolo. I vari comizi e assemblee popolari confermarono questo sentimento. Di fronte ad ulteriori pressioni politiche, finalmente il massimo organo istituzionale deliberò per la concessione dell’arengo. Questo il 16 novembre 1905. La convocazione del medesimo avvenne qualche mese dopo, per l’appunto il 25 marzo 1906. L’evento, dall’importante significato politico, sociale e non ultimo culturale, è passato alla storia come “arengo del 1906“.

All’arengo del 1906 parteciparono 805 capifamiglia. La maggioranza approvò la formulazione di una richiesta al Consiglio Grande e Generale: quella per la quale si sarebbe attuato il ripristino dell’elezione diretta dei membri del Consiglio, a sfavore del metodo cooptativo (cioè i membri già presenti sceglievano i nuovi consociati). Il Consiglio accettò la riforma, introducendo per la prima volta elezioni periodiche con suffragio allargato maschile. Riservato quindi ai soli capifamiglia e ai laureati. Il 25 marzo 1906 si registrò la fine dell’oligarchia aristocratica e l’inizio della democrazia rappresentativa a San Marino.